C’è stato un momento in cui ho iniziato a raccontare con il video senza chiamarlo davvero lavoro. Non era un progetto strutturato e non c’era un obiettivo professionale preciso. Era piuttosto una curiosità che prendeva forma, un bisogno di osservare meglio quello che succedeva intorno a me e provare a metterlo in ordine attraverso immagini e suoni.
Non cercavo ancora uno stile personale. Cercavo di capire come funzionava il racconto quando non si usano solo le parole, ma il tempo, il ritmo, le pause, i dettagli. Il video è stato un modo diverso di costruire una narrazione, più istintivo ma allo stesso tempo più tecnico.
Le riprese degli eventi
All’inizio erano riprese semplici, legate a eventi e situazioni reali. Non c’era l’idea di fare qualcosa di professionale, né la pressione di ottenere un risultato perfetto. C’era piuttosto il desiderio di documentare e capire.
La telecamera era una Panasonic AG-HMC151E, uno strumento solido, pensato per lavorare. Non era una videocamera improvvisata, ma un mezzo affidabile che mi permetteva di concentrarmi più sul racconto che sull’attrezzatura. Questo aspetto è stato fondamentale: meno distrazioni tecniche, più attenzione a ciò che accadeva davanti all’obiettivo.
Riprendere significava già fare delle scelte. Decidere dove posizionarsi, cosa includere nell’inquadratura, quando iniziare e quando interrompere. Anche senza esserne pienamente consapevole, stavo già imparando che raccontare con il video è prima di tutto un esercizio di osservazione.
Il montaggio come parte centrale
La vera scoperta è arrivata con il montaggio. È lì che ho capito che riprendere era solo una parte del processo. Il racconto prendeva forma davvero davanti alla timeline.
Ho iniziato a usare Edius, prima la versione 6.5 e poi la 7.4. Come in altre fasi del mio percorso, ho imparato da autodidatta. Sperimentando, sbagliando, rifacendo da capo. Il montaggio era un lavoro di sottrazione: tagliare, scegliere, scartare, mettere in ordine.
In quel momento raccontare con il video non significava più solo riprendere, ma assumersi la responsabilità delle scelte. Ogni taglio cambiava il ritmo, ogni pausa modificava il significato, ogni sequenza spostava l’attenzione. Ho iniziato a capire che il montaggio è scrittura, solo con strumenti diversi.
Supporti diversi, stesse domande
I lavori finiti prendevano forme differenti a seconda delle richieste e delle possibilità tecniche del momento. A volte diventavano DVD, altre volte semplici file video pronti per essere condivisi. Il supporto cambiava, ma il cuore del lavoro restava lo stesso.
Le domande erano sempre identiche: cosa tenere, cosa togliere, quando fermarsi. Non era una questione tecnica, ma narrativa. Ogni progetto era un equilibrio tra completezza e sintesi, tra documentazione e racconto.
Un archivio che racconta
Con il tempo si è formato un archivio. File nativi, progetti salvati, versioni diverse dello stesso lavoro. Non solo risultati finali, ma tracce del percorso fatto per arrivarci.
Riguardando quei materiali si vedevano gli errori, le prove, le soluzioni trovate strada facendo. Era un archivio tecnico, ma anche personale. Ogni cartella raccontava un passaggio di crescita, un modo diverso di affrontare lo stesso problema.
Una passione che si è fermata
Intorno al 2020, con l’arrivo del Covid, questa esperienza si è interrotta. Non è stata una decisione programmata, ma una conseguenza delle circostanze. Gli eventi si sono fermati e con loro anche le riprese.
Alcune passioni non finiscono con una scelta netta. Si interrompono, restano in sospeso, cambiano forma.
Quello che è rimasto
Anche se quella fase si è chiusa, qualcosa è rimasto. Il modo di osservare, di anticipare mentalmente un montaggio, di cercare un ritmo anche nelle situazioni quotidiane.
Raccontare con il video mi ha insegnato ancora una volta che la tecnica è solo un mezzo, non il fine. Gli strumenti cambiano, i software si aggiornano, ma la domanda resta sempre la stessa: cosa voglio davvero raccontare?